“Io, al volante della Méhari di Siani per far ripartire anche la speranza” di Roberto Saviano (il video)

Oggi si rimette in moto la Citroën a bordo della quale il giornalista anti-camorra fu ucciso il 23 settembre 1985. Saviano racconta perché ha accettato di essere il primo a riaccenderla.

Quando uccisero Giancarlo Siani, il 23 settembre 1985, avevo compiuto sei anni il giorno prima. Non ricordo nulla di quella morte, non conservo alcuna immagine, eppure dalla vicenda di Giancarlo Siani tutta la mia vita è stata segnata. Non per quello che si potrebbe credere, cioè cercare di imparare da un cronista coraggioso che viene ammazzato da ragazzo. La mia vita è stata segnata dal coraggio della famiglia, dalla resistenza e dalla dignità di chi gli era accanto. Da tutto quello che è venuto prima e dopo il suo omicidio. La dignità di un cronista che lavora, da abusivo, cioè da non assunto, come corrispondente da Torre Annunziata per il Mattino, e che arriva a occuparsi di camorra non perché si dedichi a inchieste sui clan, ma perché raccontando il suo territorio incontra il potere criminale. Un potere che 28 anni fa come ora pervade ogni cosa: politica, spesso magistratura, spesso forze dell’ordine, impresa. Una penetrazione capillare, totale. Giancarlo Siani viene ucciso il 23 settembre 1985 alle nove di sera sotto casa sua al Vomero, in piazza Leonardo. Stava rientrando a casa dalla sede del Mattino di via Chiatamone, dove da poco era stato trasferito. I proiettili lo raggiungono nella sua Citroën Méhari ed è lì che il suo corpo viene trovato, subito dopo l’assassinio. La notizia arriva al Mattino già alle 22.00 e i colleghi di Giancarlo si precipitano in piazza Leonardo perché sperano che la notizia sia falsa, che ci sia stato un errore. Nessun errore e nessun malinteso, Giancarlo Siani è lì, la testa sul volante della sua Méhari.

Oggi la Méhari, quella Méhari, riparte. Quella “spiaggina” per la prima volta verrà di nuovo messa in moto e io siederò dove molte volte si è seduto lui. Toccherò il volante che Giancarlo Siani ha toccato. Per me è più che un onore. L’onore ha a che fare con la ragione, in questo caso, invece, non è solo la ragione che mi rende orgoglioso, ma il sentimento. Di questo voglio ringraziare Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, che ha voluto che fossi io il primo a riaccendere la macchina.

Quando fu ucciso, Giancarlo Siani, non fu immediatamente riconosciuto per quello che era e che ora sappiamo essere, ovvero un ragazzo di 26 anni caduto per la verità. Non andò così. Una moltitudine di cronisti, una moltitudine di persone che all’epoca aveva nomi e voci ma che ora è rimasta una codarda moltitudine senza volto, pensava fosse impossibile che la camorra potesse prendersela con un “ragazzino” e non con quei cronisti in prima linea e in prima pagina, con quelli che ogni giorno sul fronte di guerra raccontavano cosa accadeva nelle strade e nelle segrete stanze della camorra. In più una parte degli inquirenti trovava insopportabile il pensiero che un giovane giornalista, che da poco aveva avuto accesso alla sede centrale del Mattino, venisse considerato pericoloso, più pericoloso di loro. Si innescò un meccanismo assurdo per cui si provava addirittura invidia di quella morte.  Leggi tutto l’articolo su La Repubblica.it

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