Giancarlo

Giancarlo Siani, avrebbe…

Io l’ho conosciuto, Giancarlo Siani. Non bene come tanti altri colleghi del “Mattino” che, a metà degli anni Ottanta, hanno fatto la Cronaca. Non ho mai lavorato con lui, ma come lui ero abusivo in via Chiatamone, uno dei sei che si stavano guadagnando l’assunzione, uno dei cinque che sono sopravvissuti, e qualcuno è pure in pensione, ormai. Io non lavoravo in Cronaca, nella trincea della Cronaca, ma nella cittadella protetta della Cultura, allora. Mi occupavo di libri. Non rischiavo molto, al massimo una sputazzata in faccia da qualche autore che avevo stroncato. A vent’anni si può essere molto cattivi, poi ci si rassegna pure nelle scelte letterarie.

Io incontravo Giancarlo soprattutto alla mensa, che allora era al quarto piano, perché non si avevano i soldi e il tempo neanche per andare in pizzeria. Era l’estate del 1985. Prima, di lui, sapevo pochissimo. Aveva lavorato alla redazione di Castellammare e, in vista dell’assunzione che era data per imminente, aveva avuto un contratto di sostituzione nella sede centrale. Tra un servizio e l’altro, un Giancarlopezzo da scrivere, una telefonata da fare, una pagina da mandare in tipografia si chiacchierava del futuro.

Così, il ricordo di Giancarlo per me ha il profumo e il sapore del panino con prosciutto e mozzarella, ha la cornice del bancone della mensa, ha la forma delle aspettative e dei sogni che si stavano realizzando. Ma ha anche l’incredulità della notizia della sua morte, appresa il mattino dopo dalla radio. E quel morso interminabile allo stomaco al funerale nella chiesa di via Girolamo Santacroce. “Chi è muorto?” sentii chiedere da una donna a un passante. “Signo’, è chillu giurnalaio c’hanno acciso”. Giornalaio, come dice il popolo di Napoli, per significare giornalista. Neanche da morto c’è riuscito, pensai, guardando il ventre della città dal parapetto della strada.
Poi in questi lunghi anni, e sono più quelli che Giancarlo ha vissuto da morto che da vivo, che ci separano dal suo assassinio, ho sempre risposto evasivamente a chi mi chiedeva di lui. Non lo conoscevo bene, mi schermivo. E invece, più passava il tempo, meno leggevo di lui, più lo conoscevo.

Eravamo coetanei. Oggi, Giancarlo avrebbe la mia stessa identica età, mese più mese meno. In tutti questi anni è stato scritto tanto. Sul movente non c’è più nulla da aggiungere. La giustizia ha chiarito tutto. Poi c’è la retorica che, in chi l’ha conosciuto, allevia l’assenza. E, infine, c’è l’abitudine, il rito.
Quando ripenso a Giancarlo, io che non l’ho conosciuto abbastanza da vivo e che so tutto da morto, lo immagino solo come un mio collega. Forse oggi sarebbe il mio direttore, o il capocronista, forse avrebbe lasciato Napoli per diventare un grande inviato. O forse non avrebbe abbandonato la trincea e starebbe a combattere da fante ogni giorno per questa sua città. Di sicuro sarebbe diverso da quello che è ora, ridotto com’è a santino necessario, perché sarebbe vivo.
Sarebbe stato vivo. E in tutti questi anni avremmo continuato a chiacchierare alla mensa (che ora è al primo piano), avremmo parlato dei pezzi che stavamo scrivendo, dell’ultimo film che avevamo visto, del concerto che non volevamo perdere, delle vacanze al mare appena archiviate, magari pure lui avrebbe avuto un profilo Facebook dove avrebbe postato le foto dei figli e noi avremmo elencato le gioie e le ansie che ci danno.
Ecco, di Giancarlo mi manca qualcosa di intimamente suo: la vita che gli hanno tolto e che non abbiamo potuto condividere come due colleghi al bar. ‘Sto prosciutto è un po’ secco, ma la mozzarella è buona, facciamo presto ché mi mancano venti righe per chiudere il pezzo.

(Pietro Treccagnoli)

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