L’assassinio di Giancarlo Siani e i cronisti uccisi dalla mafia

Cosimo Cristina nel 1960, Mauro De Mauro nel 1970, Giovanni Spampinato nel 1972, Peppino Impastato nel 1978, Mario Francese nel 1979, Giuseppe Fava nel 1984, Mauro Rostagno nel 1988, Beppe Alfano nel 1993. Eccoli i nomi degli otto giornalisti uccisi negli ultimi 53 anni da Cosa nostra.

Chi aveva scoperto qualcosa da tenere segreto, mettendo con i suoi scritti in pericolo affari e latitanti, o “dissacrando” l’onore e la credibilità di qualche mafioso, fu condannato a morte. Senza avvertimenti.

Nessuno di quegli otto cronisti aveva scorte armate, nessuno era sotto i riflettori. Ognuno di quegli otto ha dato la vita per la verità di scrivere e denunciare. Con nomi e cognomi di gente che viveva a pochi passi dalle loro case.

Speciale-memoria-300x200Otto giornalisti uccisi dalla mafia siciliana, uno ammazzato dalla camorra. Si chiamava Giancarlo Siani, mio coetaneo, il 23 settembre saranno 28 anni dall’agguato assassino di quella sera del 1985 al Vomero. La storia di Giancarlo è assai nota, tenuta viva dall’associazione che porta il suo nome voluta con forza dal fratello Paolo. La storia di un giornalista del Mattino, prima corrispondente da Torre Annunziata poi in sostituzione estiva nella redazione centrale con la promessa di ottenere finalmente il contratto di assunzione da giornalista praticante. Il viatico per l’esame a Roma.

Chi fa il cronista con tenacia, coraggio, scarpe e suole consumate, non ha bisogno di tesserini. E’ giornalista, anche senza aver sostenuto l’esame. Perché Siani? In precedenza, in Campania solo un altro giornalista, Gigi Necco della Rai, aveva subito un attentato camorristico: gli avevano sparato alle gambe, per un servizio televisivo sull’Avellino calcio non gradito ai cutoliani. Era la squadra di un presidente vicino alla Nco, Necco aveva usato la sua ironia. E fu punito. Senza scorta, lo colpirono con facilità. Un avvertimento, perchè fino al 1985 la camorra aveva sempre avuto reticenze ad uccidere giornalisti. Era diversa da Cosa nostra.

L’omicidio di Siani fu un salto di qualità criminale. Non casuale: fu voluto da una camorra legata alla mafia, quella dei Nuvoletta di Marano che il pentito Buscetta definì “affiliati a Cosa nostra”. Camorristi imparentati con mafiosi, affiliati ai siciliani come molti camorristi campani in quegli anni Ottanta.

Siani scrisse e di suo. Scavò, cercando notizie. E di suo. Notizie di prima mano, come si usava nel giornalismo di 28 anni fa. Altri tempi: niente Internet a facilitare persino nomi di battesimo da ricostruire, niente cellulari, niente pc, niente tv all news 24. Giornalismo che faceva i conti con la propria professionalità, le proprie fonti, il proprio rigore, la propria cultura e conoscenza della realtà raccontata. Allora si andava sempre sul posto, si guardava e si scriveva.

Siani scrisse e “offese l’onore mafioso” dei Nuvoletta, che si sentirono messi in discussione. Il clan rischiava di perdere la faccia dinanzi ai compari di Cosa Nostra. Diede fastidio non un’analisi generica, non un racconto riscritto, ma un articolo con nomi e cognomi.

“Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta…nel suo stesso clan si temeva che il boss venisse scaricato, ucciso o arrestato, era diventato un personaggio scomodo…La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di Nuova famiglia, i Bardellino”, scrisse Giancarlo sul Mattino del 10 giugno 1985. Sostenne, in pratica, che la cattura di Gionta a Marano nacque da una soffiata dei Nuvoletta, che si “vendettero” l’alleato per arrivare alla pace con Bardellino.

Anni difficili, violenti, con stragi, come a Torre Annunziata nell’agosto 1984, irruzioni nelle case dei boss. Siani in mezzo ad una guerra da raccontare, a 26 anni. Armato solo di penna e taccuino. Solo, come lo erano allora molti cronisti. Avere coraggio, senza tanti riflettori come oggi, era più pericoloso.

E’ un bene che oggi ci sia più coscienza collettiva, che chi fa lavori a rischio riceva tanta solidarietà. “Gionta fece dire che non credeva al giornalista e aveva fiducia nei Nuvoletta, così pensava che il giornalista non si doveva ammazzare, ma i Nuvoletta ribadirono che era un fatto personale e Angelo Nuvoletta disse che la responsabilità ce la prendiamo noi, loro fanno i carcerati, noi stiamo in libertà”, raccontò il pentito Ferdinando Cataldo nel novembre del 1996 al pm Armando D’Alterio. Così fu decisa la morte di Giancarlo. Senza avvertimenti, né minacce. La mafia e la camorra mafiosa usavano così.

(Gigi Di Fiore)

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