Quel rombo di motore che ci ricorda Siani

“I dromedari sono ghiotti di Mehari” c’era scritto sulla parete di fondo della mia aula occupata di Bologna, solo ora lo decifro meglio … aria che ossigena (quindi raffreddamento ad aria), apertura al mondo, semplicità di accesso, nessuna barriera protettiva, fascino, leggerezza, giovinezza, sincerità, contatto con il reale, semplicità.

Non è la foto ideale di un meraviglioso essere vivente, è l’elenco delle caratteristiche di un essere auto movente, un’automobile, esattamente la Mehari Citroen. Era proprio la macchina di Giancarlo Siani, quella su cui lo hanno ammazzato sotto casa 28 anni fa, all’inizio dell’autunno.

Quella Mehari, ora, è stata restaurata ed è esposta al Palazzo delle Arti di Napoli, ha ripercorso il tragitto dal luogo dell’assassinio fino alla sede del “Mattino”, entrando nel cortile del giornale, guidata da Roberto Saviano, Luigi Ciotti, Armando D’Alterio, Alfredo Avella, Giovanni Minoli e Danila Limoncelli, giornalista e sua amica di antica data, circondata da tanti altri amici di Giancarlo.

Era finita addirittura a Filicudi, l’isola più spersa dell’Eolie la Mehari e neanche più camminava. È bastato giusto un po’ di maquillage siani_mehariper farla ripartire e con lei il carburante che rende inspiegabile il sacrificio dei migliori, il più costoso, distribuzione da uomo a uomo, lo chiamano coraggio. Il fratello di Giancarlo, ricorda la sua prima corsa sulla Mehari verde «in un viaggio da Napoli a Gaeta una macchina ci affiancò e una ragazza urlava ridendo: come siete belli in questa macchina! Era una bellissima giornata di sole, anche lì era fine settembre, un fuori stagione ed era fantastico salirci dentro senza neanche aprire lo sportello laterale».

Il suo rumore oggi ci fa venire i brividi e ci chiediamo cosa farebbe Giancarlo giornalista se fosse vivo, dove andrebbe ora …

“Ora – fa Paolo – sarebbe nelle terre dei fuochi, a cercare le storie che a Napoli si sarebbero potute tirar fuori molto prima. Oggi Giancarlo sarebbe un giornalista che indaga e che anticipa e per questo molto pericoloso. Io me lo immagino, a Castel Volturno più che a Lampedusa, per scoprire cosa ne è degli immigrati che hanno attraversato il mare, quelli scampati alla morte in acqua per trovarne un’altra a rate. Lui sarebbe lì a fare i nomi di chi sfrutta, di chi usa, di chi nasconde, di chi umilia, di chi uccide il diritto e la speranza”.

Ma la Mehari non è più in produzione dal 1987, non molti mesi dopo la sua morte. Le ultime le ha inghiottite il deserto, d’altronde, si sa, i dromedari sono ghiotti di Mehari.

(Andrea Satta)

da http://dioemorto.com.unita.it/lavoro/2013/10/07/quel-rombo-di-motore-che-ci-ricorda-siani/

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